Colgo al volo l’occasione di confrontarmi su un libro che ho letto con molto interesse e che, nel complesso, mi è piaciuto. Un libro di quelli che non ce l’avevo proprio fatta a lasciare sullo scaffale del negozio (la copertina, al solito, ha giocato il suo ruolo
, anche se poi ci ha messo più di un anno a finirmi tra le mani. Vi racconterò gli aspetti che mi sono piaciuti e di cui vorrei far tesoro; per una valutazione scientifica e davvero a tutto tondo vi rimando alla recensione di momatwork, che ha colto degli elementi critici molto interessanti (il falso mito della frontiera civilizzante, il modo di fruire la natura, l’esportabilità in Europa di quanto proposto…)! ‘L’ultimo bambino nei boschi‘, di Richard Louv, viene spesso ricordato per la teorizzazione del disturbo da deficit di natura; nonostante non sia la parte del libro che più mi ha colpita, è evidente come il solo fatto di trattare la natura e la sua mancanza come un problema di carattere potenzialmente medico attiri l’attenzione sull’argomento. In questo l’autore raggiunge appieno il suo scopo, e in maniera perfettamente consapevole. Non si tratta di una sindrome o di una malattia, quanto piuttosto di un fattore che può aggravare il disagio e le difficoltà di attenzione in quei bambini che manifestano una (questa sì, per quanto controversa) sindrome da deficit di attenzione e iperattività, disturbo che viene tirato in ballo sempre più spesso anche nel nostro paese e che è oggetto di polemiche a causa dei trattamenti farmacologici cui viene fatto ampio ricorso, specialmente negli Stati Uniti. Pare che combinando un aumento del tempo passato in mezzo alla natura con una diminuzione del tempo trascorso davanti alla televisione (rea di rubare tempo invece di amplificarlo come fa la natura), sommati ad un ambiente educativo stimolante, nei bambini si riscontri una riduzione dei sintomi del deficit di attenzione e soprattutto, come sottolinea l’autore, un aumento della loro felicità. Ecco, vista la posta in gioco mi sembra una strada che vale senz’altro la pena percorrere, con indubbi vantaggi a fronte di costi quasi nulli. Tra l’altro i benefici dell’immersione nella natura sono noti, e riguardano non solo i bambini ma tutte le persone, in generale. Con valenza non solo terapeutica ma anche, fattore non meno importante, preventiva; mi piace pensare che i ‘ricordi erbosi’ che si creano nell’infanzia permangano nel tempo, come “(…) capsule medicinali a rilascio lento (…)”…

Camille Pissarro, 'View From My Window, Eragny'
1886-88
Ashmolean Museum, Oxford
Una finestra che si affaccia su un panorama gradevole ha già di per sè il potere di migliorare il nostro umore e, in base a studi fatti, anche il nostro rendimento. Come mai siamo così attratti dal verde? Richard Louv cita lo psicologo dell’età infantile Michael Gurian, il quale sostiene che “(…) il nostro cervello è impostato per un tipo di vita che si delineò cinquemila anni fa, ovvero per un’esistenza agricola orientata alla natura. Dal punto di vista neurologico, gli esseri umani non sono riusciti a mettersi in pari con l’ambiente fin troppo ricco di stimoli del giorno d’oggi (…)” Non so quanto possa essere fondata questa affermazione; fatto sta che a me sembra plausibile e in linea con quanto penso a proposito, ad esempio, degli istinti dei neonati e dei loro bisogni. Ho la sensazione che, per quanto l’era della vita nelle caverne ci sembri sprofondare nella notte dei tempi, in termini evoluzionistici le aspettative di accudimento stampate nel corredo genetico dei nostri cuccioli potrebbero non essere così diverse da quelle di allora. Credo che abbiamo tutti provato, almeno qualche volta, questa innata attitudine a trovare pace, armonia e bellezza nell’ambiente che ci circonda: quante volte una passeggiata in un parco/bosco/monte/spiaggia ci ha riconciliati con il mondo? C’è chi ha caratterizzato il disturbo da deficit di natura anche in quanto sofferenza per ‘lontananza dalla bellezza’. Non mi sembra affatto sciocco.

L’autore analizza alcuni dei fattori che, a suo avviso, contribuiscono ad allontanare sempre più i bambini dal contatto diretto e quotidiano con la natura. Fra questi occupa un ruolo importante la paura verso gli estranei e quanto può accadere negli spazi aperti, nonostante le statistiche, quando sono divulgate in modo serio e non manipolate per scopi propagandistici (la cosiddetta ‘truffa del mostro’), mettano in evidenza come le peggiori violenze si consumino per lo più fra le pareti domestiche, ad opera di persone familiari. E’ una paura contagiosa e strisciante, dalla quale nemmeno io mi considero del tutto immune. Però credo che rafforziamo di più i nostri bambini se la smettiamo di “(…) considerare le interazioni sociali più pericolose di quanto non siano veramente (…)”, se cominciamo a parlare ai nostri figli “(…) non soltanto del male, ma anche del bene, [insegnando] loro a cercare adulti che possano aiutarli quando si sentono minacciati (…)”, se ci concentriamo sul trasmettere delle informazioni che permettano loro di difendersi (se a qualcuno questi discorsi dovessero suonare vagamente familiari, è perchè l’anno scorso se ne era già parlato qui, esattamente in questi termini! ;-]) e sul dedicare loro amore e tempo. Infatti, anche questo è noto, gli eventuali predatori tendono a prendere di mira dei bambini che percepiscono come insicuri e soli. Se tutti ci impegnassimo a lottare contro questo genere di paura, credo che finiremmo per riappropriarci dei nostri paesi, dei nostri quartieri; perchè è chiaro che finché la maggior parte dei bambini se ne sta rintanata in salotto nella rassicurante (sigh!) compagnia di televisione e computer, i pochi che giocano fuori restano inevitabilmente più soli ed esposti.

Ora, si fa presto a dire natura. Che tipo di approccio e fruizione viene suggerito nel libro? Ho trovato innanzitutto una conferma dell’importanza di sbloccarsi, di “(…) superare la convinzione che non valga la pena di fare qualcosa con i nostri bambini a meno che non lo si faccia nel modo giusto (…)”. Sarà un fattore caratteriale, ma vi garantisco che è molto facile lasciarsi paralizzare dalla sensazione che manca ancora ‘giusto qualche tassello’ e poi si sarà pronti per lanciarsi, fare, proporre, sperimentare… ecco, vale per la fruizione della natura come per i lavoretti o le attività montessoriane che vogliamo fare a casa con i nostri bambini: mi sto rendendo conto che il momento in cui mi sentirò ‘abbastanza pronta’ potrebbe non arrivare mai. E le mie bambine sono qui adesso, e hanno bisogno adesso del mio tempo e di fare cose assieme, come vengono vengono. Noi ci siamo lanciate già dalla scorsa estate, e devo dire che, nemmeno ad impegnarsi tanto per far andare male le cose, le bambine sono rimaste scontente di un’attività, anche se non era esattamente quella che avevo in mente. Perchè, appunto, le aspettative erano nella MIA mente, non nella loro ;-] Posso tranquillamente dire che stiamo imparando a lasciarci guidare proprio dalle nostre figlie, con grandi soddisfazioni reciproche!
“(…) La natura è perfetta nella sua imperfezione, con le sue infinite parti e possibilità l’una diversa dall’altra, con il fango e la polvere, le ortiche e il cielo, i momenti di spiritualità e le ginocchia sbucciate (…)”
Richard Louv

Segue un’analoga logica anche la tendenza a considerare le forme naturali più significative e degne di essere vissute come “(…) qualcosa che avviene da un’altra parte, spesso a centinaia di chilometri dal luogo di residenza della maggior parte della gente (…)”, per cui si aspetta la gita annuale, l’escursione nella riserva, la visita al parco nazionale. Ovviamente anche queste mete ci possono stare, ma l’autore invita a riflettere su quanto valore abbia per un bambino l’esperienza quotidiana, vissuta possibilmente in libertà, di uno spazio vicino a casa/scuola, per quanto piccolo possa essere: uno stagno, un ruscello, un boschetto, un giardino pubblico. Ne derivano diverse considerazioni.
- è interessante predisporre dei luoghi incolti, dove i bambini possano dare sfogo alla fantasia trovando tronchi, arbusti e vegetazione spontanea, calpestabile e vivibile, possibilmente autoctona. Capita più spesso di vedere prati pettinati e aiole di fiori meramente decorative che i bambini non possono vivere appieno. Anche nella verdissima Germania si nota il contrasto. Che ci siano entrambe le cose, va bene; è pensare agli spazi verdi solo come ‘teche’ da guardare e non toccare, che secondo me non incontra le esigenze dei bambini. Certo, sappiamo bene come un ambiente pulito e intoccabile potrebbe esporre meno ad eventuali cause legali intentate per procurate lesioni, ancorché lievi (pensavo fosse una situazione tipica del nostro paese invece, stando al libro, non è così). Ma qui torniamo al discorso delle paure che ci attanagliano ;-]
- più in generale, sarebbe bello ricordarsi che i bambini hanno bisogno anche dell’ozio creativo, non solo di attività strutturate, come quelle sportive, delle quali abbonda il calendario settimanale dei nostri figli. Sta ai genitori trovare un giusto equilibrio fra la troppa noia e la troppa sorveglianza che, uccidendo la noia costruttiva, uccide anche la creatività in cui sfocia.
- ‘Adottare’ un piccolo spazio di natura spontanea vicino a casa o vicino alla scuola, frequentarlo possibilmente tutti i giorni, annotando le trasformazioni indotte dalle stagioni (viene suggerito di tenere un diario della vita all’aria aperta e, in effetti, nel mondo anglosassone si trovano molti esempi di nature diaries ai quali ispirarsi), permette ai bambini e ai ragazzi di creare un legame con il proprio territorio, nei confronti del quale in molti, al momento, dichiarano purtroppo di non sentirsi legati.
Nel libro ci si interroga anche sul modo di divulgare la conoscenza della natura, sul come trasmettere le informazioni senza che esse vengano a noia o, addirittura, spaventino.
- Da un lato manca l’esperienza pratica della natura, dall’altro si sceglie spesso di raccontare fenomeni naturali particolarmente scenografici e sorprendenti, confidando di riuscire a calamitare maggiormente l’attenzione dei ragazzi grazie agli ‘effetti speciali’. Si tratta per lo più di eventi estremi (eruzioni vulcaniche, terremoti) o di particolari emergenze (inquinamento, disastri ambientali), la cui drammaticità può portare ad una visione della natura tale da incutere paura e generare, per difesa, la reazione opposta rispetto a quella sperata, cioè una sorta di fuga da ‘attaccamento ansioso-evitante’. Forse è una conclusione forzata, ma può sicuramente far riflettere insegnanti ed educatori…
- La mancanza di conoscenza del territorio circostante, alla quale si è già accennato, è connessa anche ad una divulgazione troppo astratta, che favorisce lo studio teorico, su libri e computer, senza lasciare abbastanza spazio (o non lasciandone affatto!) alla sperimentazione empirica. Questo tema è molto importante, e implica proprio un ragionamento su quale sia il metodo in grado di far accostare e magari appassionare gli studenti al mondo delle scienze. Studenti che, vale la pena ricordarlo, saranno anche i ‘futuri assistenti della natura’. Mi hanno colpita questi due passaggi, tra i quali vedo una forte connessione:
[Cosa significa l'] estinzione di un condor per un bambino che non ha mai visto uno scricciolo?
citazione del naturalista Robert Michael Pyle
“(…) Oggi molto probabilmente un ragazzo sarebbe in grado di sciorinare una serie di informazioni sulla foresta pluviale amazzonica, ma non saprebbe dire quando è stata l’ultima volta che ha esplorato un bosco da solo o si è sdraiato in un campo ad ascoltare il rumore del vento o a guardare le nuvole in viaggio (…)”
Richard Louv
Il nozionismo puramente teorico tende ad affascinare e appassionare molto meno della sperimentazione diretta, dell’osservazione quotidiana delle vicende naturali in un angolo del giardino della scuola. Non ne abbiamo forse avuto uno straordinario esempio in Italia, con ‘Cipì’ di Mario Lodi (e i suoi ragazzi)? L’approdo naturale di una simile riflessione porta ad un ambito che mi è familiare: l’approccio montessoriano, che punta proprio alla stimolazione sensoriale, a far lavorare le mani (“Le mani del bambino sono il suo vero maestro”) in quanto principale organo della sua intelligenza. Viene spezzata un’altra lancia in favore dell’educazione montessoriana quando si raffrontano da un lato l’estrema e crescente competitività del sistema scolastico statunitense, dall’altro l’eccellente sistema finlandese, sempre ai primi posti (quando non al primo) nelle valutazioni dell’OMS, nel quale i bambini cominciano a frequentare la scuola primaria a sette anni, non ricevono votazioni fino ai tredici anni e godono di grande libertà di movimento e gioco: “(…) dopo ogni lezione di 45 minuti sono liberi di uscire per un quarto d’ora in modo da potersi sfogare (…). Incredibile, vero ;-] Che dire, infine, dell’idea dal sapore vagamente utopico, di “liberare gli alunni dalle aule”? Di edifici affacciati su spazi aperti e giardini che ricoprono l’intera area scolastica? Di scolaresche munite di zainetto ed album per gli schizzi che si recano regolarmente non dico nel canyon dietro la scuola ;-], ma almeno nel parchetto più vicino a “(…) toccare, assaporare, odorare, seguir tracce (…)”…
“(…) La passione nasce dalla terra stessa tra le mani infangate dei più piccoli, viaggia lungo maniche sporche di erba e arriva diritta al cuore (…)”
Richard Louv

Noi questo inverno abbiamo cominciato a mettere in pratica con più coraggio e costanza una sola indicazione di buon senso: quella di concederci tante passeggiate alla scoperta dei nostri dintorni, dal monte dietro casa al boschetto sulla strada che conduce all’asilo, nonostante il freddo e, soprattutto per il papà, la voglia di poltrire che si abbatte come una mannaia sui weekend. Con la bella stagione l’entusiasmo potrà solo aumentare ;-] Anche perchè abbiamo deciso di fare nostro un pezzetto del campo del nonno: ci basteranno una carriola, palette e pentolini, qualche bulbo da interrare sotto gli ulivi e delle piantine di lavanda per la mamma, che sogna almeno un angolino di Provenza – dopotutto in piena terra darà più soddisfazioni che in un vaso sul terrazzo, no? ;-]

Ulteriori spunti:
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botanica, educazione cosmica, montessori, natura
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