Alterne vicende di un’accoglienza
Capita che l’accoglienza di un figlio cominci già dal desiderio di lui. Ad un certo punto della tua vita, che può essere più o meno precoce, capisci che potresti essere in grado di dare qualcosa ad un cucciolo d’uomo: l’amore tuo e di suo padre, protezione, una casa in cui potrebbe star bene, una famiglia che include qualche nonno ancora nel pieno della salute, delle forze e della brama di diventare nonno… Capisci che hai una tremenda voglia di guardare il mondo da un’altra prospettiva e la curiosità di vedere cosa mai salterà fuori, dalla particolare combinazione di te e tuo marito! Ti diverte l’idea di accompagnare una creatura alla scoperta del mondo, già sapendo che sarai tu, per prima, ad aver tanto da imparare, in quello scambio reciproco… Covi il tuo sogno in pancia, ti commuovi quando vieni a sapere che ‘è una femmina’, e per un attimo ti domandi anche se sarai all’altezza, tu, la donna che sai di essere, così diversa talvolta da quella che vorresti essere, di incarnare il primo riferimento nella vita di una futura donna. E decidi che sì, sarà divertente. E fai conoscenza della tua bimba, lasci che i suoi occhi scuri e profondi ti catturino i sensi, ti immergi nel suo mondo, ti ubriachi del suo profumo, ammaliata da gorgheggi, risatine e poi, via via, tutine di ciniglia gattonanti per casa, piedini ambiziosi che corrono a scoprire cose. Le poche crisi nascono dai dubbi e dalle ansie di altre persone che tu, non ancora forte di letture e conoscenze, hai pochi elementi per confutare. Ma, pian piano, le conoscenze cominciano a dare forma al tuo istinto e a rafforzarlo. Tua figlia ormai parla e ti sorprende: per la velocità con cui impara nuove parole, per la facilità con cui riproduce e fa suoi anche i termini più forbiti e complicati. La trovi adorabile. Comincia a rivelarti un mondo originale, buffo, in qualche modo geniale. Quando tua figlia inizia a frequentare la scuola materna, la luna di miele dell’accoglienza incondizionata vacilla per la prima volta. Come mai la relazione con i coetanei è così dolorosa? Come mai – sempre e solo lei – è irritata e sconvolta nel profondo da azioni e situazioni che sono in genere amate alla sua età? Come mai – sempre e solo lei – si rifiuta di intonare le canzoni del gruppo, che quando ti capita di sentire, alle feste dell’asilo, trovi così divertenti senza essere sciocche? Così poetiche e adatte all’immaginario bambino? Come mai qualunque sosta al parco giochi, quando compare un altro bambino all’orizzonte, sai già che si trasformerà in qualcosa di assai meno divertente? Si tratta di constatazioni, non di giudizi, delle quali però prendi atto, tuo malgrado, e pur continuando a far tesoro dell’originalità della tua bambina e a non considerarla un disvalore. È che gli altri esistono, l’uomo è un animale sociale, e il futuro comincia a preoccuparti. Capita che al culmine di una rapida escalation, la competenza diventi anche medica; nel tuo mondo i terapisti sono presenze ormai familiari e in casa entrano letture molto specifiche. A questo punto hai capito che determinate reazioni non sono esclusive di tua figlia; hanno un perché, nascono e maturano in un diverso modo di percepire le realtà e le sensazioni che la accompagnano, e hanno un nome. Non è un bel momento; se da un lato capisci di avere per la prima volta degli strumenti per aiutare davvero la tua bambina, dall’altro si rompe un incanto e non sei più sicura di aver mai conosciuto davvero tua figlia… La senti un po’ estranea. E con quanto dolore, con quanta angoscia prendi atto di questo sentimento che si agita dentro di te! Soprattutto temi che non ne uscirai mai, che il velo che è calato gradualmente, dai primi sintomi, fra voi due, non si solleverà mai più. Poi un giorno capita che il destino, un destino amico, ti faccia finire seduta in una platea, fra centinaia di persone che cercano di capire come siamo messi in Italia, oggi, con l’autismo. Anzi, gli autismi. Quali prospettive, quali terapie, quali cause. Vicino a te ci sono altre famiglie. Soprattutto, sul palco salgono adulti con la sindrome di tua figlia, e vedi solo uomini e donne che hanno trovato i propri punti di forza e sono venuti a patti con la propria particolarità. E’ allora che il velo si squarcia. Capisci che, a prescindere dal punto di partenza, un esercizio di adattamento alla vita lo facciamo tutti. Che ciascuno di noi viene a patti con qualcosa di sé. Che ciascuno di noi è uguale e diverso. Mia figlia è sempre lei, riusciremo a individuare i percorsi adatti per valorizzare la sua forza e dribblare l’infelicità! Il futuro potrà essere ancora anche divertente. Non solo… ma anche. Come per tutti. Ora, e solo ora, sento di essermi ricongiunta davvero con quell’esserino che mi aveva fatta perdutamente innamorare sei anni fa.

Questo post partecipa al blogstorming.
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