La scorsa settimana ho partecipato al secondo Convegno Internazionale promosso dal Centro Studi Erickson per mettere a confronto esperti e famiglie sull’autismo: da dove si è partiti, cos’è cambiato in questi anni, quali progetti stanno nascendo e in quale direzione ci si sta muovendo, in Italia e all’estero. Il titolo è già di per sé eloquente: “Autismi. Dai bambini agli adulti. Dalla famiglia alla società” Non più una visione unitaria (che in un certo periodo fu anche deterministica) dell’autismo, ma un plurale, perchè oggi si ritiene di essere in presenza di una serie di disturbi, con importante base genetica, che l’OMS sta per radunare sotto un unico ombrello come Disturbi dello Spettro Autistico (DSA, in inglese ASD: Autism Spectrum Disorders). La maggiore semplificazione diagnostica che ne deriverà porterà, per esempio, alla scomparsa del termine Sindrome di Asperger.

Le associazioni dei genitori, invitate a parlare durante la tavola rotonda conclusiva, hanno ricordato il loro ruolo nel percorso che ha portato al riconoscimento delle cause organiche dell’autismo e al definitivo seppellimento delle teorie psicanalitiche; l’impegno associazionistico attivo ha contribuito ad accelerare il cammino verso una nuova visione delle famiglie come risorsa, non come ostacolo o, addirittura, causa (interessante questa panoramica storica effettuata nel 2005 dal dott. Michele Zappella). Le principali associazioni che hanno avuto voce sono state:
recentemente riunite in:
- Fantasia
(Federazione delle Ass. Nazionali a Tutela delle persone con Autismo e Sindrome di Asperger)

I documenti normativi ai quali le famiglie e gli operatori fanno riferimento, sono i seguenti:
Linee guida per l’Autismo – SINPIA, 2005
Linee guida regionali (Lombardia, ANGSA Lombardia e Assessorato alla sanità regionale, 2008)
Relazione Finale, Tavolo Nazionale di Lavoro sull’Autismo, 2008

L’auspicio è che, anche sulla spinta del Convegno, possa nascere un PROTOCOLLO NAZIONALE condiviso, conosciuto e applicato in tutti gli ambiti sociali nei quali la persona autistica si trova a muoversi (negli ospedali, nelle scuole, nel mondo del lavoro…). Un protocollo che la accompagni attraverso tutte le fasi della vita, dall’infanzia all’età adulta. Ecco alcuni elementi su cui si è riflettuto nel corso del Convegno:
I soggetti adulti affetti da autismo faticano a veder mantenuta la diagnosi. Non vi è continuità fra la diagnosi precoce e i servizi attuati in età evolutiva, e la successiva presa in carico da parte della Psichiatria in età adulta. L’inserimento sociale e il successo adattivo sono al momento molto poveri, anche per i soggetti ad alto funzionamento e Asperger; il 53% si trova a vivere in residenze protette, il 41% in casa con i genitori, solo il 3% vive in condizioni di autonomia (dati esposti dal Prof. M. Arduino). Sono cifre che fanno riflettere; come genitori, non abbiamo tempo da perdere, c’è in gioco la qualità della vita futura dei nostri figli. Potrebbe essere utile ottenere degli spazi nel mondo del lavoro, magari pensando a programmi trasversali nelle aziende (proposta del Prof. M. Zappella)?
La scuola si trova spesso in condizioni di scarsa informazione. Questo è grave, perchè si tratta di un interlocutore importante nella vita del bambino autistico; le linee guida prevederebbero il suo lavoro in sinergia con la famiglia e gli operatori sanitari su progetti individualizzati. Tra l’altro, un’apertura verso la valorizzazione della diversità di livello e disomogeneità dei talenti (Prof. M. Zappella) a mio avviso farebbe bene a tutti i bambini, anche neurotipici, in una scuola sempre più normativa come la nostra ! Sempre il Prof. Zappella ha ricordato come l’integrazione scolastica degli allievi disabili (oltretutto con un rapporto 1:1 con l’insegnante di sostegno – negli USA ad esempio, è 1:6) sia da trent’anni una peculiarità del sistema scolastico italiano di cui andar fieri e quindi un “(…) potenziale vantaggio da sfruttare meglio (…)”. Grave è invece l’allarme sul fronte bullismo, la cui gestione non può più essere delegata alle singole scuole. È necessario che di fronte a questa emergenza sanitaria, particolarmente dolorosa e dannosa per i bambini e ragazzi con autismo ad alto funzionamento e Asperger, vengano diramate quanto prima delle direttive nazionali. È inutile che dica quanto mi impensierisce questo fronte; la mia bambina sta vivendo le sue prime esperienze di socializzazione, da quando aveva tre anni, in un contesto piccolo, seguito e in qualche modo protetto, senza che in origine fosse stato ‘fatto apposta’, dato che la diagnosi è freschissima. Spero di continuare ad incontrare tanta sensibilità anche in futuro…
La famiglia, come si ricordava prima, è una risorsa, ed è importante che gli operatori tengano conto del carico di stress che affronta, molto elevato anche se confrontato con quanto avviene nel caso di disabilità diverse dall’autismo, più ‘visibili’. Un interessante intervento ha esposto i risultati di una ricerca effettuata presso il Centro Autismo e Sindrome di Asperger della ASL CN1 di Mondovì (Cuneo), dai quali è emersa l’alta percentuale di mamme che rinunciano al lavoro. In generale, ricade prevalentemente sulle mamme, in via spesso esclusiva, l’accompagnamento dei figli alle terapie, e le rinunce che sperimentano quotidianamente sono spesso importanti; la conflittualità all’interno delle coppie, pur in assenza di un maggior numero di separazioni, è elevata, così come l’isolamento sociale. La rete sociale spesso è poco solida e molto limitata, quando non assente; la famiglia andrebbe pertanto aiutata a mantenere relazioni al di fuori del suo nucleo (gruppi di auto aiuto…) I sostegni principali, anche di natura pratica, vengono attinti in seno alla cerchia familiare, ma questa condizione inevitabilmente cambia col tempo, quando nelle famiglie più anziane viene a mancare anche quel genere di aiuto e supporto emotivo (ed eventualmente si aggiungono ulteriori incarichi di accudimento). L’associazionismo e il volontariato potrebbero sopperire, in una situazione altrimenti di forte stress psicologico. Nell’ambito della famiglia, ci può essere un ulteriore tipo di rapporto meritevole di attenzione: quello tra fratelli. Personalmente mi interrogo molto su come la mia secondogenita (tre anni e mezzo) vive e, sopratutto, vivrà la relazione con la sorella maggiore (cinque anni e mezzo) e la sua sindrome di Asperger. Pertanto ho trovato interessantissimi i seguenti interventi:
I fratelli vivono una “(…) situazione complessa, fatta di occasioni e rischi (…)”, così ha sintetizzato il dr. Bert Pichal, in base alla sua esperienza sia professionale che familiare, con un fratello maggiore Asperger ed uno minore autistico. Sarebbe importante lavorare insieme ai fratelli di persone autistiche, organizzando gruppi in cui possano condividere le emozioni, anche negative, del vissuto quotidiano. L’ottica dev’essere quella della prevenzione: perchè “(…) prevenire è possibile, ricucire è difficile (…)”. La dott.ssa Stefania Caldi ha raccontato l’esperienza del gruppo di auto aiuto per fratelli attivato dall’Associazione Autismo Padova, che vede la partecipazione di bambini dai 6 anni di età in poi. Durante gli incontri i fratelli hanno modo di lasciar emergere sentimenti ed emozioni, legati a pensieri e domande cruciali, alcune delle quali tendono a restare inespresse nell’ambito familiare: cos’è l’autismo? Si può guarire? Com’è la convivenza con un fratello autistico? Cosa accade quando si è fuori insieme? Cosa si vorrebbe dire ai propri genitori? Incrociando questa, a mio avviso, bellissima esperienza padovana e il successivo intervento del dr. Pichal, mi sono portata a casa le seguenti considerazioni:
- sarebbe utile fornire ai fratelli strumenti, risposte per reagire sin da piccoli in modo appropriato alle ‘prese in giro’ da parte di altri bambini verso i fratelli autistici;
- i fratelli tendono a interiorizzare un grande senso di responsabilità, che può anche pilotare le loro decisioni di vita (si è ironizzato su come per tanti sia naturale trovarsi poi a lavorare nell’ambito dell’autismo);
- è importante che i genitori siano consapevoli di questa responsabilizzazione e sappiano modulare le proprie aspettative, accogliendo ciò che i figli neurotipici possono dare;
- bisogna prestare attenzione all’eventuale presenza di disturbi dell’apprendimento anche nei fratelli (dislessia per esempio). Data la componente genetica dell’autismo, hanno maggiori probabilità di averne rispetto a chi non ha fratelli autistici;
- l’ambiente domestico dovrebbe cercare di aiutare, e non ostacolare, la convivenza tra i fratelli (spazi adeguati, possibilmente camere separate soprattutto verso l’adolescenza…) e anche gli operatori dovrebbero tenere in considerazione questo aspetto;
- i genitori dovrebbero mirare all’unità della famiglia, mettendo sempre in chiaro come essa includa il figlio autistico. Va favorita e, all’occorrenza, sollecitata, la ricerca di una modalità di relazione tra i fratelli;
- i fratelli neurotipici hanno diritto, dall’altro lato, a veder favorita la loro strada verso l’autonomia e a vivere anche del tempo esclusivo e di qualità con i genitori (nel quale trovano rassicurazione di valere, anche loro). Spesso non vi è questa richiesta esplicita da parte dei figli; tocca ai genitori predisporre simili momenti ed occasioni;
- in conclusione, il Dr. Pichal ricorda come la convivenza con un fratello autistico non comporti solo rinunce e criticità per i fratelli neurotipici. Tanti sono i punti di forza che possono svilupparsi: elevata capacità di adattamento, di “(…) guardare sotto l’iceberg (…)” cogliendo i messaggi comunicativi che sottendono ai comportamenti, orgoglio, pazienza, tolleranza, compassione, allenamento nel far fronte alle situazioni difficili della vita, capacità di cogliere i lati positivi in ogni situazione. A questo proposito, dell’esposizione del dr. Pichal, arricchita da simpatiche vignette disegnate a mano, mi ha colpita un fattore:
- l’ironia, la capacità di far emergere dei lati buffi dai risvolti della quotidianità. Trovo che sia un ingrediente davvero importante. Utile: sempre, in qualunque famiglia. Fondamentale: a maggior ragione nelle famiglie ‘atipiche’ come le nostre ;-]
Le buone prassi in Italia sono numerose, e comprendono delle eccellenze (molte delle quali sono rintracciabili nell’elenco dei relatori del convegno). Si allargano tuttavia a macchia di leopardo, e molte aree del paese, soprattutto a Sud, risultano quasi completamente scoperte. Nel tempo sarà importante che queste progettualità interessanti possano essere facilmente rintracciabili, affinché la conoscenza e le esperienze maturate diventino patrimonio condiviso e non vadano disperse.

Qualche ulteriore spunto che ho trovato interessante, fra teoria e pratica…
Sulla teoria della mente sono state svolte numerose ricerche negli anni, e la relatrice Uta Fritz ne è una pioniera (il luminare della sindrome di Asperger Tony Attwood ha fatto il suo Ph.D con lei). Sarebbe la mancanza di questa teoria, ovvero l’incapacità di intuire i pensieri e stati d’animo altrui, a caratterizzare l’autismo. Ne consegue l’assenza di quei paraocchi ai quali tutti siamo abituati in quanto consapevoli di ciò che agli altri piace, in quanto depositari dei pensieri condivisi. Partendo dalla triade di deficit descritta da Lorna Wing negli anni Settanta:

(lo schema è un mio adattamento, ispirato a quanto visto qui)
la dott.ssa Fritz si è chiesta quale delle tre teorie che ne scaturiscono può spiegare la presenza di talenti, di varia natura e più o meno evidenti, in quasi tutte le persone con disturbi dello spettro autistico. Nel caso della teoria della mente, è lampante come l’assenza di paraocchi possa facilitare l’adozione di punti di vista originali, al di fuori del ‘gregge’. La coerenza centrale debole determina invece uno stile cognitivo che vede meglio i dettagli rispetto all’insieme; questa caratteristica può essere scatenante per i talenti (basti pensare al dono dell’orecchio assoluto, alle opere dell’artista Gregory Blackstock, agli skyline delle principali metropoli del mondo riprodotti da Stephen Wiltshire dopo un’unica, veloce ricognizione). Le considerazioni emerse anche nel dibattito conclusivo sono state:
- gli operatori e la famiglia devono promuovere la fioritura dei talenti nelle persone autistiche, in quanto ne derivano indubbi benefici in termini di aumento dell’autostima ed inserimento sociale;
- per una reale integrazione, pensando per esempio al mondo del lavoro, sarebbe meglio valorizzare anche i talenti socialmente spendibili e, al tempo stesso, è necessario continuare a lavorare sull’autonomia della persona autistica.
Le abilità sociali si strutturano nell’insieme di “regole di comportamento che consentono a ciascuno di noi di stare (bene) con gli altri (e con noi stessi)”. Nel suo intervento il dott. Giuseppe Farci ha così ricordato con chiarezza le azioni in cui si articolano concretamente queste regole comportamentali:
- cooperare;
- saper rispondere;
- saper dialogare;
- saper confliggere;
- rispettare le regole di: convivenza,
- reciprocità,
- contesto;
- evitare di farsi ingannare, raggirare, vittimizzare.
I tre parametri dell’interazione sociale sono:
- guardarsi negli occhi;
- scambiarsi messaggi ai quali entrambi gli interlocutori attribuiscono il medesimo significato;
- saper rispettare i turni.
Un simile elenco mette nero su bianco buona parte dei momenti critici che coinvolgono quotidianamente i nostri figli Asperger o ad alto funzionamento; in questo ambito si configura la loro disabilità vera e propria. In presenza di un alto livello cognitivo e di apprendimento, si ha la tentazione di ridimensionare. Ma un simile atteggiamento non serve a trovare modi costruttivi per lavorare sulle abilità sociali; gli esempi che seguono dimostrano come invece ci sia tanto lavoro che si può (e si deve) fare. A scuola, in terapia, in famiglia…

Alcune scuole hanno trovato sensibilità e forze per condurre progetti di integrazione di sicuro beneficio per gli allievi autistici, in cui i compagni di classe si sono rivelati importanti risorse, oltretutto con il vantaggio di rappresentare contesti naturali, non riabilitativi.
Protocollo del Circolo Didattico di Quartu Sant’Elena (Cagliari)
Il progetto coinvolge una ventina di bambini autistici, fra scuola dell’infanzia e primaria. Come si può leggere anche nel loro sito, si tratta di un metodo di lavoro che si colloca all’interno di un più organico piano di integrazione. Il bambino lavora prima con l’insegnante di sostegno, poi con un altro compagno, quindi in un piccolo gruppo su:
- giochi per il rispetto dei turni
(costruzione di torri, puzzle, lancio della palla… con verbalizzazione esplicita del turno in corso)
- giochi da tavolo
(gioco dell’oca, domino, memory…)
- giochi simbolici
(con bambole ecc, ma con il supporto di un copione visivo)
- giochi di ruolo
(il dott. Farci ha raccontato di un bellissimo gruppo di gioco a tema ‘supermercato’, che ha visto il coinvolgimento delle famiglie per il reperimento, ad esempio, delle scatole vuote destinate a rendere realistiche le scene, e delle insegnanti nella realizzazione di schede plastificate di vario genere. Il risultato è l’interiorizzazione delle tipiche frasi presenti nelle interazioni sociali di reciprocità)
Provincia di Pistoia
La dott.ssa Costantina Sabella coordina a livello provinciale dei progetti di intervento precoce, strutturato e pianificato che coinvolgono in un percorso formativo integrale i quattro gradi di formazione. I ragazzi che arrivano alla scuola superiore dopo aver vissuto l’integrazione nei gradi precedenti, traggono maggior beneficio dall’esperienza scolastica. Uno degli strumenti individuati ha previsto la creazione di orti scolastici, che hanno permesso di seguire il percorso di un prodotto, dalla semina al compostaggio, e di fornire ai giovani adulti un’abilità sfruttabile anche dal punto di vista lavorativo.
Provincia di Torino
La dott.ssa Cristina Meini ha riferito del ricorso alla musica, in particolare al canto, come attività condivisa in cui i bambini autistici hanno delle possibilità in più per interagire in modo diverso con i compagni di classe. Il maestro di canto modula il percorso dei bambini fra ritmo, melodia e silenzi.
Il modello pordenonese
Non ho avuto modo di seguire workshop specifici, ma nel corso del convegno è spesso rimbalzato l’apprezzamento per l’eccellente presa in carico globale delle persone autistiche, dall’infanzia all’età adulta e, a livello scolastico, nelle scuole di ogni ordine e grado, attuata nella provincia di Pordenone.

La comunicazione aumentativa alternativa consiste in un insieme di tecniche che utilizzano dei canali comunicativi alternativi rispetto a quello verbale o scritto. La dott.ssa Joanne Cafiero è una convinta sostenitrice della C.A.A., in quanto strumento che migliora le possibilità comunicative della persona e, permettendole di esprimere anche le sue difficoltà, favorisce una migliore partecipazione alla vita sociale e di relazione. “(…) Quando una persona impara un comportamento comunicativo che prende il posto del comportamento problematico, si ha una diminuzione del comportamento problematico (…)” Secondo la dott.ssa Cafiero, “(…) dobbiamo chiederci cosa fare per attuare la comunicazione aumentativa. Non se farlo (…)”. E stato mostrato l’utilizzo di tavole con immagini che scompongono le varie fasi di un’azione, nonché di attività di video modeling. La dott.ssa Francesca Ragazzo, dirigente del reparto NPIA di Fossano (Cuneo), ha raccontato dei riscontri positivi dati dalla registrazione di brevi video, in cui un coetaneo dello stesso sesso del bambino autistico riproduceva una determinata serie di azioni, in un ambiente spoglio e privo di distrazioni. Mi sembra uno spunto interessante, soprattutto ove impiegato per far apprendere le routine di cura personale (lavarsi i denti, vestirsi ecc) oppure, adattando la metodologia, piccole scene di vita sociale… La dr.ssa Simonetta Lumachi, in un workshop specifico sulla sindrome di Asperger, ha esposto un altro bel progetto: l’attività teatrale. Lavoro ludico ma strutturato, la rappresentazione teatrale sarebbe come “(…) una bella cornice (…)”, entro la quale il bambino può liberare la fantasia ma al tempo stesso può esservi riportato quando la sua attenzione inizia a fuggire altrove. Recitando si può lavorare su:
- parlare guardandosi negli occhi;
- adeguare il tono della voce;
- rispettare le regole;
- comprendere scherzo, battuta, finzione;
- acquisire consapevolezza di sé agli occhi degli altri.

Infine, dal workshop dedicato alla sindrome di Asperger sono emersi altri spunti.
Investigare le emozioni, dando loro un nome, aiuta la persona Asperger a diventare più autonoma, in quanto fornisce degli strumenti preziosi per gestire la comunicazione in entrambi i sensi e allenare i processi psicologici di lettura delle emozioni. La dr.ssa Maria Francesca Battaglia (Gaslini, Genova) ha parlato di:
- ‘gioco dell’investigatore‘ => insegna ad esprimere, comprendere e regolare le emozioni. Si può imparare a gestire due emozioni contemporaneamente, far buon viso a cattivo gioco, non vedere la realtà in termini di ‘o tutto o nulla’.
- flash cards => valido supporto per fornire un repertorio di frasi alle quali ricorrere per rompere il ghiaccio, quando si è in difficoltà, per prendere tempo, in modo che vengano memorizzate in profondità e possano essere utilizzate in automatico in quei momenti. Strumento che va ad aumentare la percentuale di sicurezza.
- rifugio => individuare insieme alla persona Asperger un luogo sicuro, in ogni posto frequentato (casa, scuola…) nel quale ritrovare la tranquillità quando si sente di averne bisogno. In alternativa, pensare a delle attività rifugio per superare momenti di stress in ambienti nei quali non vi può essere il ‘posto sicuro’.
- termometro delle emozioni => strumento visivo per esprimere ed esplicitare le emozioni riconoscendone i diversi gradi di intensità (si esce dalla logica del ‘o tutto o nulla’)
- role play => la persona che si occupa del bambino o ragazzo Asperger diventa per lui una sorta di traduttore, in grado di apporre i sottotitoli alla realtà; in questo rapporto il role play può aiutare a capire quale comportamento sarebbe più appropriato (o sarebbe stato più appropriato, nel caso si rielabori un fatto critico già accaduto) in una determinata circostanza
- copioni videoregistrati => posso rappresentare dei piccoli film sociali, nei quali ancora una volta passano una serie di frasi utili per avviare, mantenere (ascoltare l’altro, dare un ordine logico agli argomenti che si espongono…) e chiudere una conversazione, chiedere aiuto…
- predisporre il contesto => è importante che la cerchia familiare e sociale vicina, i compagni di classe, gli insegnanti siano sensibilizzati e sappiano cosa aiuta e cosa non aiuta quando interagiscono con il bambino o ragazzo Asperger (non dire cosa non fare, bensì cosa fare, dare istruzioni chiare, non parlare ad una distanza troppo ravvicinata…)
Cognitive Affective Training kit (abbreviato in CAT-kit): l’ha presentato il dott. Davide Moscone, che è anche il curatore del sito italiano. Si tratta di un kit di materiali che è stato sviluppato dal Dr. Tony Attwood per lavorare sulle emozioni, partendo dall’idea che “(…) ogni persona è responsabile di come le proprie emozioni hanno impatto sugli altri (…)” e che non sono gli eventi in sé a generare determinate reazioni nelle persone Asperger, ma la diversa cognizione che essi sviluppano nei confronti dei medesimi. La cassetta degli attrezzi fornita dal kit rappresenta una base concreta per analizzare la prevedibilità degli eventi e, al tempo stesso, elaborare strategie alternative. Da mamma che si sta arrabattando per mettere assieme alcuni di questi ‘attrezzi’ (altri non mi sarebbero mai venuti in mente!) in regime di ‘fai da te’, non posso che essere incuriosita da simili materiali, e sperare che quanto prima saranno disponibili anche da noi, a vantaggio sia delle famiglie che degli operatori.
I gruppi di abilità sociale possono essere una risorsa preziosa quando si ha la sindrome di Asperger; considerando il deficit nel campo delle abilità sociali di cui ho già scritto, il perché è facilmente intuibile. La dott.ssa Simona Cherubini ne ha parlato nei seguenti termini:
- gli adolescenti e gli adulti possono trarne grande beneficio in quanto, terminata la scuola, spesso si trovano a gestire per la prima volta molto tempo libero, con il disagio che ne consegue.
- la gestione del tempo viene insegnata esplicitamente; le attività e i vari momenti della giornata devono rispondere a domande come: Cosa? Dove? Quando? Quanto? Perchè? Saper pianificare e dare un senso agli eventi permette di acquisire un’autonomia reale ed effettiva.
- la generalizzazione è una delle doti che i ragazzi Asperger possono acquisire lavorando nei gruppi, dove vengono fatti tanti esempi, in contesti differenti, di modo che risulti chiaro come un determinato principio valga anche in diverse situazioni.
- la composizione dei gruppi prevede la presenza di persone Asperger, persone neurotipiche e un compagno adulto, in quanto figura ponte fra l’apprendimento in un contesto protetto e la sfera sociale.
Nei gruppi si può lavorare sui seguenti fattori:
- canoni di una conversazione: sguardo, volume della voce e prosodia, rispetto dei turni….
- non prendere tutto alla lettera
- riconoscere le emozioni proprie e altrui (partecipando a giochi di gruppo in cui bisogna indovinare una data emozione)
- conoscere le richieste sociali, quello che gli altri si aspettano da noi in determinate situazioni
Le storie sociali sono uno strumento cui si fa spesso ricorso, e si strutturano inserendo in successione le seguenti fasi:
- descrittiva => ambientazione;
- di prospettiva => esplicita i pensieri altrui e gli altrui punti di vista;
- di controllo => indica la strategia da mettere in atto;
- direttiva => esplicita il comportamento richiesto.
Il compagno adulto è una figura di cui ha parlato più approfonditamente il dott. Giovanni Magoni; deve avere sia il requisito dell’età vicina a quella del ragazzo, sia quello della preparazione professionale. Nel Regno Unito la National Autistic Society forma da anni i propri volontari per svolgere questa funzione; è una strada alla quale dobbiamo pensare (considerando anche la necessità della compresenza dei due requisiti di età e preparazione specifica!). Una figura di questo genere offre al ragazzo Asperger la possibilità di una relazione paritaria di fiducia, al di là dei genitori con i quali è normale non voler condividere una serie di questioni, calata all’interno del suo mondo, non solo fra le pareti di uno studio, in quanto può accompagnare il ragazzo in tutte le situazioni sociali in cui vive, venendo scambiato dagli altri semplicemente per un amico.
Il cineforum, infine, è l’esempio di un’iniziativa che ha permesso ad un ragazzo Asperger molto esperto di cinema di condividere con altri ragazzi, sia Asperger che non, la passione per film ed autori anche rari, che non incontrano i gusti della maggior parte dei coetanei. Al tempo stesso, si è rivelata un’occasione per imparare a gestire aspetti pratici, quali la realizzazione delle locandine, la distribuzione, la scelta dei titoli, lavorando assieme ad altre persone… A raccontarci questa esperienza è stata la mamma, Laura Imbimbo, presidente del Gruppo Asperger e vicepresidente di Fantasia.
Non mi resta che ringraziare di cuore il destino, grazie al quale ho potuto recarmi ad ascoltare tanti interventi interessanti, in una fertile full immersion. Sono tornata a casa con una visione diversa, un po’ più allargata, sull’autismo e la sindrome di Asperger. Ma anche, più in generale, sulla disabilità. Spero che le citazioni siano corrette; in caso contrario, attendo vostre segnalazioni…

autismo, sindrome di asperger
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