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Facciamo tornare i bambini nei boschi?

louv_01Colgo al volo l’occasione di confrontarmi su un libro che ho letto con molto interesse e che, nel complesso, mi è piaciuto. Un libro di quelli che non ce l’avevo proprio fatta a lasciare sullo scaffale del negozio (la copertina, al solito, ha giocato il suo ruolo ;-) , anche se poi ci ha messo più di un anno a finirmi tra le mani. Vi racconterò gli aspetti che mi sono piaciuti e di cui vorrei far tesoro; per una valutazione scientifica e davvero a tutto tondo vi rimando alla recensione di momatwork, che ha colto degli elementi critici molto interessanti (il falso mito della frontiera civilizzante, il modo di fruire la natura, l’esportabilità in Europa di quanto proposto…)! ‘L’ultimo bambino nei boschi‘, di Richard Louv, viene spesso ricordato per la teorizzazione del disturbo da deficit di natura; nonostante non sia la parte del libro che più mi ha colpita, è evidente come il solo fatto di trattare la natura e la sua mancanza come un problema di carattere potenzialmente medico attiri l’attenzione sull’argomento. In questo l’autore raggiunge appieno il suo scopo, e in maniera perfettamente consapevole. Non si tratta di una sindrome o di una malattia, quanto piuttosto di un fattore che può aggravare il disagio e le difficoltà di attenzione in quei bambini che manifestano una (questa sì, per quanto controversa) sindrome da deficit di attenzione e iperattività, disturbo che viene tirato in ballo sempre più spesso anche nel nostro paese e che è oggetto di polemiche a causa dei trattamenti farmacologici cui viene fatto ampio ricorso, specialmente negli Stati Uniti. Pare che combinando un aumento del tempo passato in mezzo alla natura con una diminuzione del tempo trascorso davanti alla televisione (rea di rubare tempo invece di amplificarlo come fa la natura), sommati ad un ambiente educativo stimolante, nei bambini si riscontri una riduzione dei sintomi del deficit di attenzione e soprattutto, come sottolinea l’autore, un aumento della loro felicità. Ecco, vista la posta in gioco mi sembra una strada che vale senz’altro la pena percorrere, con indubbi vantaggi a fronte di costi quasi nulli. Tra l’altro i benefici dell’immersione nella natura sono noti, e riguardano non solo i bambini ma tutte le persone, in generale. Con valenza non solo terapeutica ma anche, fattore non meno importante, preventiva; mi piace pensare che i ‘ricordi erbosi’ che si creano nell’infanzia permangano nel tempo, come “(…) capsule medicinali a rilascio lento (…)”…

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Camille Pissarro, 'View From My Window, Eragny'
1886-88
Ashmolean Museum, Oxford

Una finestra che si affaccia su un panorama gradevole ha già di per sè il potere di migliorare il nostro umore e, in base a studi fatti, anche il nostro rendimento. Come mai siamo così attratti dal verde? Richard Louv cita lo psicologo dell’età infantile Michael Gurian, il quale sostiene che “(…) il nostro cervello è impostato per un tipo di vita che si delineò cinquemila anni fa, ovvero per un’esistenza agricola orientata alla natura. Dal punto di vista neurologico, gli esseri umani non sono riusciti a mettersi in pari con l’ambiente fin troppo ricco di stimoli del giorno d’oggi (…)” Non so quanto possa essere fondata questa affermazione; fatto sta che a me sembra plausibile e in linea con quanto penso a proposito, ad esempio,  degli istinti dei neonati e dei loro bisogni. Ho la sensazione che, per quanto l’era della vita nelle caverne ci sembri sprofondare nella notte dei tempi, in termini evoluzionistici le aspettative di accudimento stampate nel corredo genetico dei nostri cuccioli potrebbero non essere così diverse da quelle di allora. Credo che abbiamo tutti provato, almeno qualche volta, questa innata attitudine a trovare pace, armonia e bellezza nell’ambiente che ci circonda: quante volte una passeggiata in un parco/bosco/monte/spiaggia ci ha riconciliati con il mondo? C’è chi ha caratterizzato il disturbo da deficit di natura anche in quanto sofferenza per ‘lontananza dalla bellezza’. Non mi sembra affatto sciocco.

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L’autore analizza alcuni dei fattori che, a suo avviso, contribuiscono ad allontanare sempre più i bambini dal contatto diretto e quotidiano con la natura. Fra questi occupa un ruolo importante la paura verso gli estranei e quanto può accadere negli spazi aperti, nonostante le statistiche, quando sono divulgate in modo serio e non manipolate per scopi propagandistici (la cosiddetta ‘truffa del mostro’), mettano in evidenza come le peggiori violenze si consumino per lo più fra le pareti domestiche, ad opera di persone familiari. E’ una paura contagiosa e strisciante, dalla quale nemmeno io mi considero del tutto immune. Però credo che rafforziamo di più i nostri bambini se la smettiamo di “(…) considerare le interazioni sociali più pericolose di quanto non siano veramente (…)”, se cominciamo a parlare ai nostri figli “(…) non soltanto del male, ma anche del bene, [insegnando] loro a cercare adulti che possano aiutarli quando si sentono minacciati (…)”, se ci concentriamo sul trasmettere delle informazioni che permettano loro di difendersi (se a qualcuno questi discorsi dovessero suonare vagamente familiari, è perchè l’anno scorso se ne era già parlato qui, esattamente in questi termini! ;-]) e sul dedicare loro amore e tempo. Infatti, anche questo è noto, gli eventuali predatori tendono a prendere di mira dei bambini che percepiscono come insicuri e soli. Se tutti ci impegnassimo a lottare contro questo genere di paura, credo che finiremmo per riappropriarci dei nostri paesi, dei nostri quartieri; perchè è chiaro che finché la maggior parte dei bambini se ne sta rintanata in salotto nella rassicurante (sigh!) compagnia di televisione e computer, i pochi che giocano fuori restano inevitabilmente più soli ed esposti.

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Ora, si fa presto a dire natura. Che tipo di approccio e fruizione viene suggerito nel libro? Ho trovato innanzitutto una conferma dell’importanza di sbloccarsi, di “(…) superare la convinzione che non valga la pena di fare qualcosa con i nostri bambini a meno che non lo si faccia nel modo giusto (…)”. Sarà un fattore caratteriale, ma vi garantisco che è molto facile lasciarsi paralizzare dalla sensazione che manca ancora ‘giusto qualche tassello’ e poi si sarà pronti per lanciarsi, fare, proporre, sperimentare… ecco, vale per la fruizione della natura come per i lavoretti o le attività montessoriane che vogliamo fare a casa con i nostri bambini: mi sto rendendo conto che il momento in cui mi sentirò ‘abbastanza pronta’ potrebbe non arrivare mai. E le mie bambine sono qui adesso, e hanno bisogno adesso del mio tempo e di fare cose assieme, come vengono vengono. Noi ci siamo lanciate già dalla scorsa estate, e devo dire che, nemmeno ad impegnarsi tanto per far andare male le cose, le bambine sono rimaste scontente di un’attività, anche se non era esattamente quella che avevo in mente. Perchè, appunto, le aspettative erano nella MIA mente, non nella loro ;-] Posso tranquillamente dire che stiamo imparando a lasciarci guidare proprio dalle nostre figlie, con grandi soddisfazioni reciproche!

“(…) La natura è perfetta nella sua imperfezione, con le sue infinite parti e possibilità l’una diversa dall’altra, con il fango e la polvere, le ortiche e il cielo, i momenti di spiritualità e le ginocchia sbucciate (…)”

Richard Louv

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Segue un’analoga logica anche la tendenza a considerare le forme naturali più significative e degne di essere vissute come “(…) qualcosa che avviene da un’altra parte, spesso a centinaia di chilometri dal luogo di residenza della maggior parte della gente (…)”, per cui si aspetta la gita annuale, l’escursione nella riserva, la visita al parco nazionale. Ovviamente anche queste mete ci possono stare, ma l’autore invita a riflettere su quanto valore abbia per un bambino l’esperienza quotidiana, vissuta possibilmente in libertà, di uno spazio vicino a casa/scuola, per quanto piccolo possa essere: uno stagno, un ruscello, un boschetto, un giardino pubblico. Ne derivano diverse considerazioni.

  • è interessante predisporre dei luoghi incolti, dove i bambini possano dare sfogo alla fantasia trovando tronchi, arbusti e vegetazione spontanea, calpestabile e vivibile, possibilmente autoctona. Capita più spesso di vedere prati pettinati e aiole di fiori meramente decorative che i bambini non possono vivere appieno. Anche nella verdissima Germania si nota il contrasto. Che ci siano entrambe le cose, va bene; è pensare agli spazi verdi solo come ‘teche’ da guardare e non toccare, che secondo me non incontra le esigenze dei bambini. Certo, sappiamo bene come un ambiente pulito e intoccabile potrebbe esporre meno ad  eventuali cause legali intentate per procurate lesioni, ancorché lievi (pensavo fosse una situazione tipica del nostro paese invece, stando al libro, non è così). Ma qui torniamo al discorso delle paure che ci attanagliano ;-]
  • più in generale, sarebbe bello ricordarsi che i bambini hanno bisogno anche dell’ozio creativo, non solo di attività strutturate, come quelle sportive, delle quali abbonda il calendario settimanale dei nostri figli. Sta ai genitori trovare un giusto equilibrio fra la troppa noia e la troppa sorveglianza che, uccidendo la noia costruttiva, uccide anche la creatività in cui sfocia.
  • ‘Adottare’ un piccolo spazio di natura spontanea vicino a casa o vicino alla scuola, frequentarlo possibilmente tutti i giorni, annotando le trasformazioni indotte dalle stagioni (viene suggerito di tenere un diario della vita all’aria aperta e, in effetti, nel mondo anglosassone si trovano molti esempi di nature diaries ai quali ispirarsi), permette ai bambini e ai ragazzi di creare un legame con il proprio territorio, nei confronti del quale in molti, al momento, dichiarano purtroppo di non sentirsi legati.

Nel libro ci si interroga anche sul modo di divulgare la conoscenza della natura, sul come trasmettere le informazioni senza che esse vengano a noia o, addirittura, spaventino.

  • Da un lato manca l’esperienza pratica della natura, dall’altro si sceglie spesso di raccontare fenomeni naturali particolarmente scenografici e sorprendenti, confidando di riuscire a calamitare maggiormente l’attenzione dei ragazzi grazie agli ‘effetti speciali’. Si tratta per lo più di eventi estremi (eruzioni vulcaniche, terremoti) o di particolari emergenze (inquinamento, disastri ambientali), la cui drammaticità può portare ad una visione della natura tale da incutere paura e generare, per difesa, la reazione opposta rispetto a quella sperata, cioè una sorta di fuga da ‘attaccamento ansioso-evitante’. Forse è una conclusione forzata, ma può sicuramente far riflettere insegnanti ed educatori…
  • La mancanza di conoscenza del territorio circostante, alla quale si è già accennato, è connessa anche ad una divulgazione troppo astratta, che favorisce lo studio teorico, su libri e computer, senza lasciare abbastanza spazio (o non lasciandone affatto!) alla sperimentazione empirica. Questo tema è molto importante, e implica proprio un ragionamento su quale sia il metodo in grado di  far accostare e magari appassionare  gli studenti al mondo delle scienze. Studenti che, vale la pena ricordarlo, saranno anche i ‘futuri assistenti della natura’. Mi hanno colpita questi due passaggi, tra i quali vedo una forte connessione:

[Cosa significa l'] estinzione di un condor per un bambino che non ha mai visto uno scricciolo?

citazione del naturalista Robert Michael Pyle

“(…) Oggi molto probabilmente un ragazzo sarebbe in grado di sciorinare una serie di informazioni sulla foresta pluviale amazzonica, ma non saprebbe dire quando è stata l’ultima volta che ha esplorato un bosco da solo o si è sdraiato in un campo ad ascoltare il rumore del vento o a guardare le nuvole in viaggio (…)”

Richard Louv

Il nozionismo puramente teorico tende ad affascinare e appassionare molto meno della sperimentazione diretta, dell’osservazione quotidiana delle vicende naturali in un angolo del giardino della scuola. Non ne abbiamo forse avuto uno straordinario esempio in Italia, con ‘Cipì’ di Mario Lodi (e i suoi ragazzi)? L’approdo naturale di una simile riflessione porta ad un ambito che mi è familiare: l’approccio montessoriano, che punta proprio alla stimolazione sensoriale, a far lavorare le mani (“Le mani del bambino sono il suo vero maestro”) in quanto principale organo della sua intelligenza. Viene spezzata un’altra lancia in favore dell’educazione montessoriana quando si raffrontano da un lato l’estrema e crescente competitività del sistema scolastico statunitense, dall’altro l’eccellente  sistema finlandese, sempre ai primi posti (quando non al primo) nelle valutazioni dell’OMS, nel quale i bambini cominciano a frequentare la scuola primaria a sette anni, non ricevono votazioni fino ai tredici anni e godono di grande libertà di movimento e gioco: “(…) dopo ogni lezione di 45 minuti sono liberi di uscire per un quarto d’ora in modo da potersi sfogare (…). Incredibile, vero ;-] Che dire, infine, dell’idea dal sapore vagamente utopico, di “liberare gli alunni dalle aule”? Di edifici affacciati su spazi aperti e giardini che ricoprono l’intera area scolastica? Di scolaresche munite di zainetto ed album per gli schizzi che si recano regolarmente non dico nel canyon dietro la scuola ;-], ma almeno nel parchetto più vicino a “(…) toccare, assaporare, odorare, seguir tracce (…)”…

“(…) La passione nasce dalla terra stessa tra le mani infangate dei più piccoli, viaggia lungo maniche sporche di erba e arriva diritta al cuore (…)”

Richard Louv

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Noi questo inverno abbiamo cominciato a mettere in pratica con più coraggio e costanza una sola indicazione di buon senso: quella di concederci tante passeggiate alla scoperta dei nostri dintorni, dal monte dietro casa al boschetto sulla strada che conduce all’asilo, nonostante il freddo e, soprattutto per il papà, la voglia di poltrire che si abbatte come una mannaia sui weekend. Con la bella stagione l’entusiasmo potrà solo aumentare ;-] Anche perchè abbiamo deciso di fare nostro un pezzetto del campo del nonno: ci basteranno una carriola, palette e pentolini, qualche bulbo da interrare sotto gli ulivi e delle piantine di lavanda per la mamma, che sogna almeno un angolino di Provenza – dopotutto in piena terra darà più soddisfazioni che in un vaso sul terrazzo, no? ;-]

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Ulteriori spunti:

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annalisa letture, montessori, natura, parenting , , ,

  1. 12 marzo 2010 a 22:06 | #1

    Questo post è bellissimo.Me lo sono letto con tutta calma per assimilare bene tutte le informazioni,che in parte conoscevo,ma che comunque hai esposto in maniera piacevole.Penso che il contatto con la natura sia un bisogno umano naturale e che vada rispettato e coltivato,specialmente in tenera età.

  2. 13 marzo 2010 a 20:28 | #2

    Ti ringrazio della citazione, anche se non credo di essere stata esattamente “scientifica” nella mia recensione, peraltro dichiaratamente a libro incompiuto.
    In realtà sono sostanzialmente d’accordo con quel che dice Louv in relazione al COSA; è il COME che mi ha finora lasciato perplessa, mentre sono molto in sintonia con quel che hai spiegato tu.
    In realtà ho intenzione di continuare ad approfondire proprio l’argomento COME e ti invito (ma ce n’è bisogno?) a partecipare alle future discussioni.

  3. 14 marzo 2010 a 1:12 | #3

    @ michela: sono contenta che l’esposizione ti sia stata gradevole, non ero proprio sicura del risultato finale… Sì, credo che le esperienze fatte da piccoli restino impresse in modo diverso proprio perchè tutto viene vissuto intensamente, e colto usando tutti i sensi…

    @ momatwork: al di là del taglio che hai dato alla recensione e alla sua tempistica (per me si capisce che non è la tua parola definitiva bensì un’impressione in fieri, per così dire), la scientificità alla quale alludo la vedo a prescindere ;-) E’ quella che ti fa considerare, ad esempio, come spesso ad occuparsi di divulgazione scientifica siano dei dilettanti, per quanto volenterosi, e non degli operatori del settore. Riflessione che penso possa risultare molto utile per gli scienziati: quali modalità divulgative potrebbero permettere di raggiungere tante persone? Perchè sono per lo più i giornalisti a riuscirci? Il COME è fondamentale perchè, come dimostri anche tu, sulla teoria del cosa siamo tutti più o meno d’accordo. Faccio tesoro del tuo invito, quindi ;-] Graditissimo, nonostante (e forse proprio perchè) non ce ne sia bisogno ;-]]]

  4. 15 marzo 2010 a 13:17 | #4

    Ecco, io ci sto ancora rimuginando, su questa presunta attrazione dei bambini per il verde e il naturale. A parte che entrambi i miei bambini hanno manifestato un desiderio di natura a partire dall’anno o più (tipo: sedersi nel prato punge, camminare sulla sabbia a piedi nudi argh!), io penso che i bambini siano attratti dalla libertà. Che si concretizza nei due estremi: TV e natura. La TV è per loro una finestra su un mondo immaginario e colorato senza i limiti del loro mondo vero, una forma di libertà virtuale. La natura è la libertà concreta, la possibilità di correre e spaziare e vedere cose sempre nuove.
    Non voglio dire che la valenza educativa di TV e natura sia equivalente, ma che la forza attrattiva lo è. I miei bambini, che hanno la natura a portata di mano, sono sempre contenti di uscire e giocare fuori, ma quando sono stanchi chiedono un DVD o un libro (se c’è un adulto disponibile a leggere, ovviamente). Dai nonni, sono ben contenti di farsi scorpacciate di cartoni nuovi. Al mare o al Trebbia, sono ben contenti di farsi scorpacciate di esperienze in natura nuove.
    Però fai conto che io sono un caso veramente limite: non solo vivo in cascina e ho tempo da dedicare ai bambini, ma sono anche molto libera nel lasciarli giocare (nel senso che mi non mi preoccupo di nient’altro che non sia finire sotto a un trattore).

  5. 15 marzo 2010 a 18:05 | #5

    Questo post è una miniera di informazioni e riflessioni, merita molto più tempo di quello che ora potrei dedicare… quindi per adesso un saluto…e a presto!

  6. 16 marzo 2010 a 17:30 | #6

    @ lanterna: la libertà in effetti è uno degli aspetti che più mi ha fatto riflettere. Sia in quanto maggiore libertà di cui godevano i bambini delle passate generazioni, fosse anche per giocare un intero pomeriggio nei cortili o per strada (ma quanto sarebbe proponibile oggi, con l’aumento del traffico che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni?), sia in quanto libertà per i bambini di fruire la natura senza sentire sempre il nostro fiato sul collo (in casa accade meno perchè ci sembra un ambiente più protetto) e, allo stesso modo, libertà di giocarci per il tempo desiderato, ‘oziando’ a piacere. Perchè ricordo anch’io come spesso degli afosi pomeriggi interminabili cambiavano faccia grazie a qualche trovata (non sempre innocua, ci mancherebbe ;-) )) Pare che per i bambini di oggi il tempo dell’ozio creativo sia ormai ridotto all’osso, e non riesco a valutare quanto possa essere una tendenza positiva; c’entra senz’altro il ritmo generale della società. Per fortuna ogni tanto qualcuno ci ricorda che la lentezza può farci addirittura bene ;-)

    @ palmy: grazie mille… e spero che tornerai a lasciarci le tue riflessioni ;-)

  7. 17 marzo 2010 a 17:18 | #7

    Il deficit di natura, la mancanza di un contatto con tutto ciò che non abbiamo fatto noi uomini e la cui percezione quindi di per sé ci sovrasta, è a mio parere un aspetto di un deficit più generale, quello di senso. Educare è anche offire ai propri figli la possibilità di azioni, attività, gesti che abbiano senso. Imparare una competenza ha senso. Passeggiare nel bosco ha senso. Accudire un cucciolo ha senso. Piantare un bulbo ha senso. E così via. Vivere a contatto con la natura, almento qualche ora a settimana e qualche settimana l’anno, riportano la percezione di sè alla realtà: io come parte di un tutto, io come parte ragionevole di un mondo più grande. Come protagonista di una realtà positiva, verso cui nutrire fiducia (e mi trovi perfettamente d’accordo sul fidarsi: poter fidarsi è meglio).

  8. mammalellella
    20 marzo 2010 a 16:42 | #8

    ciao! grazie per la visita… sono contenta che ti sia piaciuto il nuovo look ;) e spnp felice che sei passata a farmi visita, la prossima volta ti offro il caffè, ok?
    cmq per gli emotion devi seguire i caratteri riportati nel box, per strizzare l’occhio è ;) .
    Un bacione
    mammalellella

  9. 21 marzo 2010 a 15:03 | #9

    @ palmy: è molto, molto interessante il tuo intervento, a proposito del ‘deficit di senso’. Mi aiuti a mettere a fuoco uno dei fattori che più mi avevano colpita quando mi ero accostata all’approccio montessoriano: i bambini hanno la possibilità di fare delle cose per davvero, non per finta, con un piccolo aiuto da parte nostra (dimensioni e manegevolezza degli oggetti, adeguamento degli arredi). Non è più così scontato oggi, in tanti giochi che vengono proposti ai bambini… Quando prepari un dolce con loro, e loro tagliano a pezzettini la mela, si divertono perchè stanno facendo una cosa che di lì a breve mangeranno; perchè lo stanno facendo insieme a te e sentono di rendersi utili; perchè è un’attività manuale attraente, che riproduce un’azione che ci vedono compiere quotidianamente… Al tempo stesso è sensata! Come hai spiegato bene, un certo tipo di interazione con la natura comporta spontaneamente tutto ciò…

    @ mammalelella: grazie e benvenuta ;)

  10. 21 marzo 2010 a 21:53 | #10

    Che bel post, non ho avuto tempo di leggere tutti i link, ma spero di farlo domani.
    Lo segnalo anche alle nostre lettirici, perché credo che possa davvero servire da spunto o ispirazione.

    Continuo a posticipare le mie auspicate gite nella natura con la scusa che la piccola è troppo piccola, che devo prendere la macchina per andarci e mille altre “scuse”… ma mi hai fatto ricordare e riflettere su quanto SO che ci fa bene stare nel verde, camminare sulla terra, sentire i profumi delle piante e del bosco.

    Mi hai fatto anche ricordare che una delle cose che da 5 anni affievolisce il mio umore è la vista che ho dalle finestre di casa. Prima vedevo solo foglie e sentivo gli uccellini, ora vedo solo case (con qualche monte sullo sfondo per fortuna!) e quindi mi hai fatto ricordare quanto sia importante per me e per i miei bimbi fare un sforzo in più, ma andare più spesso a camminare in un prato o a vedere le stagioni che cambiano nel bosco.

    grazie per il post! :-)

  11. Claudia
    22 marzo 2010 a 14:00 | #11

    Bellissimo post, io ricordo ancora con gioia le scorribande in campagna con i miei cugini dove, armati di niente, sparivamo per ore nel bosco dietro la cascina dei miei genitori…ricordo le esplorazioni nei ruscelli e le gite nei campi di granoturco. Adesso con la mia piccolina (22 mesi) cerco di fare altrettano anche se lei, purtroppo, ha solo 1a cuginetta mentre noi eravamo una banda di 10!!!
    la natura, anche solo frequentata in un parco, le regala tante emozioni, fosse anche solo la scoperta dei nontiscordardime di settimana scorsa.
    ciao

  12. Daniele
    22 marzo 2010 a 21:58 | #12

    Ciao,
    non scrivo quasi mai sui blog (sono un lettore onnivoro ma uno scrittore pigro), ma qui non potevo esimermi: complimenti veramente. Post e link molto interessanti; sono già intenzionato a portare la mia piccola (6 mesi) nella natura, ma mi hai dato delle ragioni in più.
    Grazie dell’ottimo lavoro.

  13. 6 novembre 2010 a 14:08 | #13

    Ciao, ho appena scritto un post nei miei blog:
    http://www.rossellagrenci.com/?p=11309
    http://www.terraemadre.com/?p=10026
    Complimenti per il tuo blog, ti va di fare uno scambio link?
    Ciao

  14. 23 novembre 2010 a 15:59 | #14

    Ti ho appena scoperto e non ti lascerò più! Ho letto solo questo post che è meraviglioso , e se son tutti così ti faccio i complimenti.Voglio approfondire con la lettura di questo libro, e anche degli nature diaries.
    A volte penso di avere anch’io il dispturbo da deficit di natura!!!Sopprattutto quando corro troppo, ho bisogno di staccare e sdraiarmi in mezzo ad un prato, o camminare in mezzo ad un bosco… così penso che anche le mie bimbe quando le vedo stanche ho voglia di portarle via da questo cemento, e farle respirare un pò di aria sana.
    Complimenti ancora
    Sabrina

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